Muttertag – festa della mamma(2018)

(D)

Liebe Mama, sieh nur da!
es ist vergangen schon ein Jahr.
Heute ist es wieder einmal so weit.
Wir feiern dich, bist du bereit?

Ein Tag im Jahr ist eigentlich viel zu wenig.
Das seh‘ ich ein und darum schreib‘ ich
dir heute ein eigenes Gedicht,
mit dem ich dir sag‘ „ich hab dich lieb“!

Als Mutter bist du vor nichts gefeit.
Dein Mann will was, das Kind stets schreit.
Du kochst und putzt und wäschst und tust
und auch dein Beruf dich täglich ruft!

Ein Kind weiß höchst selten all das zu schätzen.
Man denkt einfach nur „lass‘ sie schwätzen“.
Jedoch kommt irgendwann der Tag im Leben
an dem man die Augen öffnet und versteht das Geben.

Undankbar ist der „Beruf“ der Mama.
Der Weg scheint endlos und ist teils in Dunkelheit verborgen.
Doch glaube mir, die Zeit ist gekommen,
in der dein Kind erwachsen geworden.

Was du alles getan und wie stark du wirklich bist.
Wird einem erst klar, wenn’s fast zu spät ist.
Du führtest mich zielstrebig an deiner Hand,
die unbekannte Straße des Lebens entlang.
Dabei habe ich viel von dir gelernt
und dennoch war ich nicht immer sehr „galant“!

Auch wenn man dir das ganze Jahr danken muss,
ergreife ich nun die Gelegenheit für einen ehrlichen Gruß.
Danke Mama für all deinen Ehrgeiz und deine Mühen!
dir schicke ich dieses unvergängliche Gedicht,
an Stelle der saftig, bunten Blumen,
die auf den frühlingshaften Wiesen blühen.

(I)

cara mamma guarda qua!
é passato un anno giá.
oggi é arrivato il giorno
da festeggiare, sei pronta?

soltanto un giorno all’anno é davvero poco.
lo capisco e per questo ti scrivo
una mia poesia soltanto per te
con cui dico „ti voglio bene“!

come madre devi sopportare qualsiasi cosa
tuo marito ti chiama e il bimbo che urla
cucini, pulisci e mi lavi la faccia
la famiglia ha bisogno di te e quindi ti chiama.

raramente un bambino apprezza tutto quanto
uno pensa solo „lasciala chiacchierare“!
peró nella vita il giorno arriverá
in cui il figlio apre gli occhi e capisce il tuo „dare“

ingrata é la professione della mamma
il percorso sembra infinito e oscuro
ma credimi é giunto il momento
in cui come figlio sono cresciuto.

quello che hai fatto e quanto sei forte
diventa chiaro soltanto quando quasi é troppo tardi.
mi hai sempre guidato volutamente per mano
lungo la strada di vita sconosciuta.
io ho imparato molto da te
pur se non ero sempre „galante“.

anche se dovrei ringraziarti tutto l’anno
ora ne approfitto per un sincero saluto!
grazie mamma per le tue ambizioni e sforzi.
ti mando questa poesia immortale,
al posto dei fiori
temporanei, succosi e colorati
che, fioriscono bene nei prati vivaci.

 

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(D) das leid umarmen – (I) abbracciare la sofferenza

(versione italiana – dal tedesco)

Ficcato in bocca, masticato e sputato
calpestato ed eliminato
lasciato e dimenticato.
Proprio questo é lo stato di vita attualmente.

Accettare la sofferenza come segno di vita,
abbracciarla e trasformarla in una forza.
Basta, false critiche e norme!
non mi lasceró piú screditar‘.

Ognuno vale quanto concede a se stesso.
La sofferenza dell’altro non fa la mia gioia.
Non affogo piú nell’autocommiserazione,
piuttosto mi alzo e proseguo la via di una vita orgogliosa!

 

 

(deutsche originalversion)

In den Mund gestopft, zerkaut und ausgespukt,
darauf getreten und eliminiert
liegen gelassen und vergessen.
Genau das bringt mein Leben auf den Punkt.

Das Leid als Zeichen des Lebens akzeptieren,
es umarmen und zu einer Stärke formen.
Es ist nun genug, mit falscher Kritik und Normen!
Ich lass‘ mich nicht mehr diskreditieren.

Jeder ist so viel wert, wie er sich selber zugesteht.
Des anderen Leids ist nicht meine Freud.
Ich suhle mich nicht mehr in Selbstmitleid.
Sondern stehe auf und gehe erhobenen Hauptes meinen Weg.

Deus Ex Machina

Mentalmente sublime e altezzoso
pieno di fondi pubblici
tieni tutto vicino e stretto al tuo petto
e sputi in faccia al bisognoso.
La tua forza é screditare la persona davanti a te
e tutto quello che si distingue.
L’ansia ti assale con monotonia attraverso la TV
quindi spingi il diverso in direzione „moderna schiavitú“!
Incapaci e pigri siamo tutti per te.
Dall’alto ci stai guardando,
perché non siamo come te,
ma la nostra terra ti piace e solennemente te la stai fregando.
Siete tutti uguali e non vi impegnate abbastanza!
Mi piace usarvi come una mignotta per la mia meritata vacanza.
Vi disprezzo e vi insulto anche apertamente
perché sono io che tengo il piano del futuro in mente.
La critica non la volete mai accettare.
Come me vi dovreste finalmente sistemare!
Le strade, le case e la vita si rivelano prive di gestione.
Non capisco cosa non va giú nel meridione?!
Prima vi tolgo le risorse e la pace,
poi vi punto il dito in direzione della faccia.
Come mai non sapete vivere in umile civiltá?
Guardate me come lavoro sodo col cervello e le mie braccia.
Chi non corrisponde alla tua immagine di perfezione
avrá un’immensa difficoltá.
Infami ed ignobili siamo per te
quindi non ci concedi neanche l’amata libertá!
Un fattore importante peró, da non dimenticare
é la nostra famiglia, la tradizione e la meravigliosa terra.
L’amiamo con grande passione, col cuore e senza esagerare
e questo é poco ma certo non ce la facciamo rubare.

Un Percorso

Spesso, quando credi „peggio non e‘ possibile“ e‘ meglio vestirsi „pesantemente“, perche‘ quello che dovrebbe ancora arrivare non sara‘ una cosa leggera. Uno schiaffo in mezzo alla faccia e via. Le seguenti conseguenze ti cambiano in piccolo e in grande.

Ora, se ci penso bene, mi sono sempre lamentata facilmente. Prendiamo Natale, la festa della famiglia, dell’amore, del silenzio, la festa che sta gia‘ sotto la stella della guerra, piu‘ o meno. Quanto stress mi causava a volte? O anche sempre! Ma forse percio‘ ho il film gia‘ pronto nella mia testa, nei giorni prima di Natale, che non c’e‘ piu‘ la possibilita‘ di deviare la guerra, perche‘ quasi quasi e‘ subconscio e sembra voluto! Preoccupante, non trovi?!

Certe cose sono soltanto divertente quando accadono agli altri, o almeno certe cose credi accadono soltanto agli altri. Tipo quando subisci lo shock, perché la casa prende fuoco e ti bruci il tuo lato B durante la festa della vigilia di Natale! Non e‘ mai la stessa cosa vederlo da fuori invece di viverlo con ogni cellula del tuo corpo. Ma lo capisci soltanto quando ti accade, quando la „fortuna“ si agrappa alle tue spalle per voler mandarti su un altro livello e poi capisci che potevi pure rinnunciare di vivere certe esperienze, ma erano palesemente necessari per il percorso della tua vita, per la crescita, lo sviluppo. Mica hai sempre il potere di influenzare le situazioni che si creano, o forse si?

A volte arrivi ad un punto in cui dai‘ meno peso alle cose che ti accadono attorno, perche‘ ti e‘ capitato appunto qualcosa a cui potevi rinnunciare o avresti voluto rinnunciare volentieri, come quando i tuoi amici vogliono andare a sciare, ma tu sei troppo goffa e non vuoi fare figuracce o hai paura di togliere ai tuoi amici il divertimento quindi ti svincoli e rinunci volentieri ecc. cmq sia, qualcosa o qualcuno ha scelto proprio te per fare un’esperienza che cambia praticamente il tuo immagine del mondo. E tu devi accettarlo. Devi afferare l’occasione al collo e stringertelo stretto stretto al tuo petto, perche‘ devi accettare la sfida in questa vita, su questa terra.
Nel 2012, l’anno in cui ho scoperto dolorosamente che la vita non e‘ come credevo che fosse e che bisognarebbe cambiare il modo di pensare e di vedere per poter continuare a camminare. O cammini e ti trovi la tua vita e la tua strada o ti lamenti senza muoverti e rimani stagnante che sarebbe uguale a stendersi nella tomba e aspettare di decedere. La strada é lunga ma mai soltanto dritto. Ci sono delle colline e a volte anche degli alpi. Spesso uno non vorrá piu‘ andare avanti, a parte che non esiste l‘opzione di mollare al volo, però trovare la propria pace dentro di sé é una tale soddisfazione una volta trovata non ne vorresti piú vivere senza.
L’odio che tormenta l’essere umano, la paura che lo paralizza non devono creare ostacoli, ma devono essere superati in dignitá, con tanto amore e fiducia in se stesso.

La retrospettiva della lunga strada giá percorsa, piena di ostacoli, sembra ora una nullita‘, una strada libera che ti porta verso l’orizonte, perche‘ la mia felicita‘ personale ho trovata. Ma quanto e‘ dovuto accadere per poter riconoscere la vittoria per ogni singolo passo compiuto. Per ora tocca proseguire e non perdere la meta scelta, ma trasformarla in una cosa reale che ami.

Die Phallusstatue in Zeiten der Krise

Gestern habe ich zufällig einen Beitrag, von der ZIB, auf Facebook entdeckt und ich
muss ehrlich zugeben, dass dieser sehr erheiternd für mich war. In den letzten Wochen
und Monaten ist so einiges passiert. Natürlich auch davor, trotzdem habe ich den
Medien erst meine komplette Aufmerksamkeit geschenkt, als die Präsidentenwahl in
Österreich und kurz darauf in Amerika fällig war. Seitdem hat sich die Situation nicht so
richtig verbessert. Das spürt man. Das merkt man, wenn man sich von den Medien einlullen lässt, oder wenn man den Menschen beim Sprechen zuhört. Noch eindeutiger
bemerkbar ist es in den diversen Kommentaren auf Facebook. Das kann einem schon
ein bisschen über den Kopf wachsen. Das Bankensystem, die Unternehmen, die Lobbyisten und die Regierungen waren die einzigen Themen, die mir in letzter Zeit nicht mehr aus dem Kopf gegangen sind. Gerade deshalb war es aufmunternd, einen banal scheinenden Beitrag zu Gesicht zu bekommen.
Das Video wurde von der ZIB am 12. April 2017 gepostet und zeigt die Bewohner des
Ortes in einem kurzen Interview.
In der Sendung werden einige ältere Herrschaften über ihre Meinung zu dem Kunstwerk „Phallusstatue“ befragt. Wie sich herausstellt, sind diese wenig „amused“. Das kleine
Örtchen Traunkirchen fühlt sich von einem Riesenpenis bedroht. Das fand ich sehr
amüsant. Ich mein, es wird immer offensichtlicher, dass in einer Zeit der Dekadenz
und Ignoranz, schon bald die sichere Blase die uns umgibt, platzen wird, doch DIESER Penis ist eine wahre Bedrohung. Bis Ostern muss jetzt eine passende Hülle her, um den Schandfleck abdecken zu können. Immerhin wurden mit diesem Beitrag ein paar Gemüter erheitert. Meines auf jeden Fall.

Der Wille, die Idee und das Glück / 1

Simona drückte ihrem Mann Frank die gemeinsame Tochter auf. „Es ist einfach alles so schwierig.“, schluchzte sie und versuchte sich ihre Tränen aus den Augen zu wischen. Für ein paar Meter spazierten sie stumm nebeneinander her, nur ihre Tochter Elisa gluckste fröhlich vor sich hin. Sie befanden sich in einem Naturpark, unweit des Stadtzentrums indem sie wohnten. Es war eine Flucht in die Natur, ohne Smartphone und Laptop, ohne dem üblichen Kampf ums Überleben.
Elisa war ein lebhaftes Kind und es war nicht immer einfach mit der Kleinen fertig zu werden. Die Familien der beiden lebten zu weit weg, als das sie eine aktive Hilfe darstellen konnten und so kämpften sich Simona und Frank gemeinsam durch den Alltag. Ab und zu war es Simona jedoch zu viel und sie brach in Tränen aus, wie auch an diesem Nachmittag.
Die Vögel zwitscherten und die Blätter der Bäume verfärbten sich allmählich in ein tiefes Rot und ein warmes Gelb. Der Herbst war gekommen und schon bald würde die feuchte Kälte auf das Gemüt schlagen. Elisa spielte mit dem heruntergefallenen Laub und war ganz in ihre unschuldige Welt versunken. Simona beobachtete abwesend ihre kleine Tochter beim Spielen. Sie wollte ihr eine gute Zukunft bieten können und all das geben, was sie zum Leben brauchte, doch ihre Situation war nicht die beste. Es gab keine Arbeit. Die Krise hatte ihre Spuren hinterlassen. Die Situation am Arbeitsmarkt war trostlos, wie ein grauer, kalter Wintertag im Dezember und dennoch mussten sie sehen, wie sie vorankamen. Frank versuchte die kleine Familie als Musiker über Wasser zu halten. Er hatte in seinen jüngeren Jahren, gegen seine Überzeugungen, das Konservatorium absolviert. Er wusste, dass es nicht einfach werden würde, sich damit über Wasser halten zu können, denn die Musikbranche war ein hartes Pflaster und nicht all zu selten half es, wenn man ein Vitamin B besaß. Für einige Jahre verdiente er sein Geld als Musiklehrer in einer Privatschule, doch auch dort ist die Krise schon zu spüren. Die Schüler blieben aus und somit gab es fast nichts mehr für ihn zu tun. Ab dem nächsten Monat würde er ohne Job dastehen und trotzdem seine Familie ernähren müssen. Simona kam aus der Tourismusbranche. Eigentlich dachte sie, dass der Tourismus immer funktionieren würde, doch als Mutter war sie ziemlich unflexibel und konnte nicht von einem Ort zum nächsten reisen. Ihr Literaturstudium hatte sie geschmissen, nachdem sie erfuhr, dass sie schwanger war. Sie konnten es sich nicht leisten beides zu finanzieren – Kind und Universität. Einige wenige Rücklagen hatten sie noch, doch diese reichten nicht ewig. Nicht einmal für drei Monate, wenn sie nicht sparsam damit umgingen.
Als sie sich der Natur hingaben und die kühle Luft in ihren Lungen Einzug erhielt, versuchten sie sich aufzumuntern und das Positive an der Situation zu sehen. „Weißt du Simona. Wir fragten uns immer, wann es der richtige Zeintpunkt wäre das zu tun, was wir schon immer wollten. Ich meine, ich möchte meine eigenen Projekte vorantreiben und du, du könntest dich deiner Leidenschaft – der Literatur – widmen. Was haben wir denn noch zu verlieren?“ Simona dachte über Franks plötzlichen Euphorieausbruch nach und fand, dass er gar nicht so unrecht damit hatte. „Es kümmert sich niemand um uns. Ich meine, wir müssen zusehen unseren Lebensunterhalt zu verdienen und wenn wir schon ohne Festanstellung sind, dann starten wir doch unsere Projekte. Es wird nicht einfach werden, aber wenn wir den Schritt nicht wagen, dann wissen wir nie, was aus unseren Träumen werden könnte.“ Nach den letzten Wochen, in denen es nur schlechte Nachrichten hagelte, fühlte sich Simona zum ersten Mal wieder beflügelt. Mit neuer Energie packten sie Elisa und spazierten lachend zum Auto zurück.
Mit tausenden Ideen im Kopf, setzte Simona Elisa auf den Rücksitz. Sie bemerkten erst gar nicht, dass etwas nicht stimmte. Als Simona ihrer Tochter die Wasserflasche aus der Windeltasche geben wollte, konnte sie die Tasche erst gar nicht finden. „Ach du Scheiße!“, schrie Frank. „Das darf doch nicht wahr sein. Mist, Mist, Mist!“ Frank schlug sich mit der flachen Hand auf die Stirn und bewegte sich einen Schritt vom Auto weg. Simona verstand im ersten Moment gar nicht was los war. Sie sah ihren Mann und dann das Auto an und plötzlich schien sich der Boden unter ihren Füßen zu bewegen. „Nein, das darf nicht wahr sein!“ Völlig unter Schock, versuchten Simona und Frank die Fassung zu bewahren. „Alles weg! Ich glaubs nicht.“ Den Tränen nahe hielt sich Simona an der Autotür fest. Ihr ganzes Hab und Gut war weg. Gestohlen, von einem Moment auf den anderen. Frank musste nach dem Spaziergang zur Schule, um einige Privatstunden zu halten, also brachte er sein ganzes Gitarrenequipment mit sich. Doch nun war nichts mehr vorhanden. Gitarre, Lautsprecher und Kabel, im Wert von 2000 Euro, alles weg. „Was sollen wir jetzt nur tun? Wir haben kein Geld um neues Equipment zu kaufen. Wie soll ich nun meine Projekte vorantreiben? Es ist alles aus.“ Kraftlos sank Frank auf den Fahrersitz und stützte seinen Kopf am Lenkrad ab. Simona fehlten ebenso die Worte, denn gerade hatten sie hohe Ausgaben gehabt, um ihren alten Wagen, einen 97er Opel Corsa, reparieren zu lassen. Es war zum Verzweifeln. Frank musste einen klaren Gedanken fassen, doch das war nicht einfach, denn am Rücksitz begann sich Elisa allmählich zu beschweren. Sie weinte und kreischte und nichts konnte sie beruhigen und doch mussten sie sich zuerst um die gestohlen Dinge kümmern. Frank startete das Auto und deutete Simona sich hin den Wagen zu setzen. Mit großer Wut im Bauch fuhr er los und nahm die Straße zum Polizeipresidium, um eine Anzeige zu machen. Er wusste, dass es nicht viel bringen würde, doch immerhin war es im Moment das einzige, was er tun konnte.
Sie waren nicht die einzigen am Kommisariat, die eine Anzeige wegen Diebstahls aufgeben wollten. Fünf Personen hatten bereits eine gemacht und nun wartete der sechste, dass er an die Reihe kam. Der Mann war mitte fünfzig und schien mindestens so verzweifelt wie Frank und Simona zu sein. Er trug Sportkleidung und telefonierte gerade mit seiner Frau. „Sperr‘ die Tür zu und verriegel sie mit der Kette. Sie haben auch meinen Schlüssel mitgenommen. Ich bin so schnell ich kann bei dir.“ Als er aufgelegt hatte, sank er kraftlos auf den Stuhl, der im Wartezimmer neben der Bürotür platziert war. „Hatten Sie ihr Auto auch beim Naturpark geparkt?“, fragte Frank neurgierig. „Ja, ich geh dort drei Mal die Woche Joggen und noch nie ist mir so etwas passiert. Sie haben meine Geldbörse mit allen Bankverbindungen und meinen Wohnungsschlüssel gestohlen. Ich kanns einfach nicht glauben.“
Nach einer halben Stunde Wartezeit, öffnete sich endlich die Bürotür. Ein hochgewachsener Mann, mitte vierzig, in Polizeiuniform stand in der Tür und sah zu Frank und seiner Familie hinüber. „Sind sie auch wegen einer Diebstahlsanzeige hier?“, fragte der Beamte sichtlich genervt. „Ja.“ „Dann kommen sie bitte.“ Das Büro war einfach gehalten und mit Möbeln aus den 70ern möbliert. Der Computer schien ebenso ein Relikt aus vergangen Tagen zu sein. Soviel zu den Steuergeldern. Hier flossen sie wohl nicht ein. Simona und Frank nahmen vor dem Schreibtisch platz. Elisa war bereits in den Armen ihrer Mutter eingeschlafen. Gott sei Dank. Noch mehr Stress konnten sie nun wirklich nicht gebrauchen. Frank erzählte alles was er wusste und beschrieb haargenau das Aussehen seiner Gitarre. „Wissen sie, die Leute können diese nicht einmal gut verkaufen. Wer würde denn auf so einer modifizierten Gitarre spielen? Die Gitarre war einmal eine Klassische, doch nun hat sie eine siebente Basssaite und ist verstärkt. Hier ich hab auch ein Foto. Sie ist schon ziemlich abegnutzt, weil das eigentlich mein Arbeitsgerät war. Ich weiß gar nicht was ich jetzt machen soll.“ „Sie hätten nichts im Auto lassen sollen. Soviel dazu, aber wenn ich Sie damit beruhigen kann, Sie sind nicht der einzige, dem es heute so erging.“ „Ja danke, das hilft wirklich.“, antwortere Frank sarkastisch. Immer wieder rutschte er nervös auf dem Stuhl hin und her. Er versuchte sich zu beruhigen, doch seine Existenz hing am seidenen Faden. „Herr Winter, wir werden dem natürlich nachgehen und sollten wir etwas finden, werden wir uns mit Ihnen in Verbindung setzen. Eine Sache könnten Sie jedoch noch tun. Sehen Sie sich die Onlineanzeigen an. Ab und zu werden gestohlene Dinge auf diversen Seiten verkauft. Vielleicht haben Sie ja Glück.“ Damit verabschiedete sich die Familie und ging wortlos zu ihrem Auto zurück.

Die finanzielle Situation schien aus dem Ruder zu laufen. Nicht einmal wenn sie wollten, konnten sie irgendeinem Job nachgehen. Es gab nichts. Zig Lebensläufe hatte Simona weggeschickt. Sie hatte sich  unteranderem als Putzfrau oder Abwäscherin beworben, aber nichts. Es war nun wirklich Zeit, sich auf sich selber zu konzentrieren, um aus dieser Situation zu entkommen. Den Kopf in den Sand zu stecken half wohl nichts und mit einem Kind an der Seite kam das schon gar nicht in Frage. Frank war am Boden zerstört. So kannte Simona ihren Mann eigentlich nicht. Sie hatte keine Ahnung, wie es nun weiter gehen sollte, doch sie wusste, dass nicht beide den Kopf hängen lassen konnten. Er war immer für sie da gewesen. Wenn sie verzweifelt war, hatte er alles daran gesetzt, die Situation zu verbessern. Nun lag es an ihr. Irgendwo musste man ja beginnen, also brachte sie Elisa für ihr Nachmittagsschläfchen ins Bett und suchte dann alles zusammen, was sie nicht mehr brauchten, um es verkaufen zu können. „Wenigstens kann man so ein paar Euro dazu verdienen. Die Kleine braucht frisches Obst und Gemüse. Sobald das Zeug verkauft ist, holen wir einen schönen Einkaufskorb voll Lebensmittel. Wir essen einfach weniger, dass Elisa genug hat. Immerhin sind wir schon ausgewachsen.“ Simona ging an Frank vorbei und drückte ihm einen Kuss auf die Stirn und verschwand im Wohnzimmer. „Wir machen das Schatz. Lass jetzt bloß den Kopf nicht hängen.“ „Ja, wenn du das sagst. Aber so in Not sind wir auch nicht, dass wir Diät halten müssen.“, murmelte er vor sich hin und war froh, dass wenigstens einer von beiden nicht gewillt war aufzugeben.
Die folgenden Wochen waren ein harter Kampf. Neben der Eigenrecherche, um das gestohlene Zeug zurück zu bekommen, kümmerten sich Frank und Simona um ihre Tochter und den Haushalt und versuchten zu Elisas Schlafenszeiten verschiedene Einkommensquellen zu starten. Frank stürtzte sich in seine Welt der Komposition und versuchte an seine frühere Leidenschaft anzuknüpfen, während Simona ihren Traum als Schriftstellerin verwirklichen wollte. Es war eine Utopie zu glauben, dass sie nun in kürzerster Zeit all ihre Probleme lösen konnte und doch fühlte sie sich in ihrem Gefühl bestärkt, sich hinzusetzen und etwas zu kreiren, das sie glücklicht machte. Wenn schon die Realität nicht das war, was sie sich vom Leben erwartet hatte, dann würde es für sie einen anderen Weg geben, dieses Glück zu erreichen…
FORTSETZUNG FOLGT

Rache

Simone und Erik hatten sich während einer Schulreise im Ausland kennen gelernt. Es war Liebe auf den ersten Blick. Simone war von dem exotischen Exemplar von Mann überwältigt. Erik flirtete sofort mit ihr und er gab ihr seine ganze Aufmerksamkeit. Simone liebte das. Eriks dunkelbraune Augen brachten sie um den Verstand und sie wusste, vom ersten Augenblick, dass sie ihn haben wollte. Wenn Simone nicht gerade in der Austauschschule war, verbrachte sie jede freie Minute mit Erik und ihren Freundinnen. Nach und nach lernte sie seine Freunde kennen. Ihre freien Tage verbrachte sie zusammen mit den anderen am Strand und abends besuchten sie diverse Lokale, um etwas abfeiern zu können. Als die Abreise bevorstand, waren Erik und Simone sichtlich bedrückt. „Ich habe mich in dich verliebt Erik.“, sagte Simone mit Tränen in den Augen. „Dass es so weh tun würde, dachte ich anfangs nicht. Doch nun abreisen zu müssen, reißt mir das Herz aus der Brust.“ Erik umarmte Simone innig und flüsterte ihr honigsüße Worte ins Ohr. „Ich werde dich nie vergessen, meine Kleine. Auch ich habe dich sehr liebgewonnen und wer weiß was eines Tages sein wird.“ Noch eine zärtliche Umarmung und ein inniger Kuss und dann war er um die Ecke verschwunden. Simone stand im fahlen Licht einer Straßenlaterne und sah in die Richtung, in die Erik gegangen war. Ein Tränenschleier vernebelte ihr die Sicht und ihre Knie zitterten leicht. Simone hatte Schwierigkeiten sich auf den Beinen zu halten und doch nahm sie sich zusammen und ging langsam in die Unterkunft zurück. In dieser Nacht machte sie kein Auge zu, obwohl sie am nächsten Tag eine anstrengende Reise vor sich hatte. Stattdessen schwor sie sich, eines Tages zurück zu kommen und um ihre Liebe zu kämpfen.

„Hey Sis.“ „Was gibt’s?“, sagte Simones jüngere Schwester Daniela. „Kannst du dich noch erinnern, als ich diesen Typen kennen gelernt habe?“ „Ehm, nein. Um wen handelt es sich genau?“ Daniela streckte ihrer Schwester die Zunge entgegen. „Haha sehr witzig. Ich meine den Kerl, den ich vor zwei Jahren während des Auslandsaufenthaltes kennen gelernt habe. Na ja, ich wollte dich fragen, ob du mit mir vielleicht für ein paar Tage dort hin fährst, um ihn zu überraschen. Alleine traue ich mich nicht.“ „Wann? Dieses Wochenende? Da ist doch Halloween.“ „Ja, und ein verlängertes Wochenende sozusagen. Somit können wir schon Morgen zeitig in der Früh abreisen.“ „Roadtrip was?“. Daniela lachte und stimmte zu. „Ein verlängertes Wochenende zum Abschalten. Das würde mir jetzt gut bekommen.“ Die beiden Schwestern packten ihre Sachen und wollten früh zu Bett gehen, um vor Sonnenaufgang los fahren zu können.
„Es ist aber ordentlich frisch heute Morgen.“, sagte Simone und rieb ihre Hände aneinander. „Das kannst du laut sagen. Hast du alles? Dann können wir ja los. Aber weißt du überhaupt, wo wir hin müssen?“ „Ja, Schwesterchen. Hier ist alles auf dem Zettel notiert. Nimm!“ Die beiden fuhren los und konnten es kaum erwarten, dieses Jahr Halloween an einem anderen Ort zu feiern. Sie wusste nicht, wie Erik reagieren würde. Zwei Jahre waren mittlerweile vergangen, als sie sich das letzte Mal sahen. Eriks Freund Rick, mit dem sie ab und zu Kontakt hielt, sollte ihn zum vereinbarten Ort bringen und er würde in der Zwischenzeit ihrer kleinen Schwester Gesellschaft leisten. ‚Das war perfekt!‘, dachte Simone und machte es sich im Auto bequem. „Ich bin schon so gespannt was da raus kommt. Echt jetzt. Ich habe Erik nichts gesagt. Ich hoffe er bekommt keinen Schock.“
Die Autofahrt dauerte 7 Stunden und als Daniela und Simone endlich am Zielort angekommen waren, mussten sie sich zuerst einmal die Beine vertreten. „Wir sind da. Endlich.“, sagte Daniela. „Aber wo ist das Hotel? Ich muss schon so dringend aufs Klo. Bei den Raststationen kann ja kein Mensch gehen, ohne sich gleich irgendeine Krankheit einzufangen.“ „Ach jetzt übertreibst du aber. Lass mich mal sehen. Ich glaube, das Gebäude dort an der Straßenecke ist unser Hotel. Es war im gotischen Stil erbaut und wirkte von außen sehr einladend. Eine Allee führte die Auffahrt entlang und die dahinterliegende Wiese wirkte sehr gepflegt. „Das sieht ja schon mal Schick aus. Meinst du nicht auch? Ich denke aber, wir können ruhig mit dem Auto bis vor das Hotel fahren. Die werden doch auch Parkplätze für ihre Gäste haben.“ Während Daniela sich schnell in einer Bar erleichterte, schrieb Simone eine Kurznachricht an Rick. „Sind angekommen. Hoffe du kannst alles Regeln. Vergiss nicht dicht zu halten. Es soll eine Überraschung werden. Sagen wir in zwei Stunden in der Bar hier in der Trap Street?“ Simone musste nicht lange auf die Antwort warten und war froh, dass sie positiv ausfiel. Sie war nervös und fühlte sich wie ein kleines verliebtes Schulmädchen. Hoffentlich klappt alles!, dachte sie. „So, Schwesterherz. Auf geht’s.“ Daniela sah ihre Schwester von der Seite an und musste lachen. „Entspann dich, sonst wird das nichts mit einem ausgelassenen Wochenende.“ „Ich bin entspannt.“, antwortete sie schnell und startete das Auto.
Simone schwang sich unter die Dusche und begann alle wichtigen Stellen ihres Körpers zu rasieren – man wusste ja nie. Sie wusch sich ihre langen, rot gefärbten Haare und gönnte sich ein Bodypeeling aus Jasminblüten. Sie wollte auf jeden Fall gut vorbereitet sein, wenn sie Erik gegenüber stand. „Nun die Qual der Wahl.“, sagte Simone, eher zu sich selber, als zu ihrer Schwester. Ihre Schwester machte sich nicht viel aus Mode und Make up und deshalb bat sie sie erst gar nicht um Hilfe. Es war ziemlich kalt, so wie jedes Jahr zu Halloween. Auch heuer ließ der Frost nicht zu lange auf sich warten. Simone entschied sich für ein rabenschwarzes Strickkleid mit Baumwollstrumpfhosen und schwarzen Keilabsatzstiefeln. Sie konnte es nicht lassen. Schwarz machte sie unglaublich an. Der Kontrast zu ihren roten Haaren war einfach unwiderstehlich, fand sie.

Zur vereinbarten Uhrzeit befanden sich die beiden Schwestern vor der Bar, in der Trap Street und warteten auf Erik und Rick. Die beiden waren noch nicht da und so sahen sie sich ein bisschen in der Gegend um. Dieses Fleckchen Erde hier schien nicht all zu viele Einwohner zu haben. Es war leicht abgelegen und von einer üppigen Natur geprägt. Simone konnte sich gar nicht mehr so genau an den Ort erinnern. Sie schien damals nur Augen für Erik gehabt zu haben. Dichte, hochgewachsene Bäume prägten das Landschaftsbild. Die Häuser in den Straßen hatten großteils verriegelte Fenster, sodass man nicht hinein sehen konnte und auch nicht erkennen konnte, ob eine Familie zuhause war oder nicht. Sehr charakteristisch, wie die beiden Schwestern meinten. Als sie weiter das Dorf erkunden wollten, bemerkte Simone zwei junge Männer auf der anderen Straßenseite. „Du, Daniela. Das sind sie. Oh mein Gott. Ich flippe aus. Was soll ich nur tun. Wir müssen hier verschwinden.“ Als Simone gerade abhauen wollte, packte sie Daniela an der Schulter und zog sie näher zu sich. „Du bleibst schön hier. Du hast gesagt, dass wir ein Wochenende hier verbringen werden und das machen wir jetzt auch. Hey, was kümmert’s dich, wenn’s nichts wird? Wir können uns immer noch zu zweit einen Spaß machen.“ „Du hast recht. Na gut. Ich bleibe.“ Simone atmete tief durch, um sich zu beruhigen. Als die beiden Jungs auf sie zu kamen, erkannte sie Erik sofort. Er war der hochgewachsene, gut aussehende, dunkelhaarige Adonis. Wie konnte sie ihn nur vergessen? Gar nicht. Sofort fühlte sie sich wie vor zwei Jahren, als ihr Körper sich nach dem seinen sehnte. Das war heute nicht anders. „Entspann dich!“, säuselte ihr Daniela ins Ohr. „Ich versuch es ja!“, zischte sie zurück. Rick begrüßte die beiden Schwestern herzlich und stellte sich bei Daniela selbst vor. Er war etwas kleiner als Erik und rundlicher, aber sehr sympathisch. Daniela hatte sowieso nichts für Männer übrig, somit würden sie schon gut miteinander klar kommen. Nach einem kurzen Wortwechsel gingen Rick und Daniela in die kleine Bar und ließen die anderen beiden zurück. Weit und breit war keine Menschenseele zu sehen. Nur Erik und Simone standen auf dem Gehsteig und sahen sich an. Verlegen spielte Simone mit einer Haarsträhne und suchte nach den richtigen Worten. „Erik…Überraschung.“ Ein zaghaftes Lächeln blitzte über ihre Lippen. Erik sah sie einfach nur an. Sein Blick durchbohrte sie regelrecht und er nach einer Weile immer noch nichts sagte, war sie den Tränen nahe. Auf einmal fühlte sie sich der Sache nicht mehr so sicher und wollte im Erdboden verschwinden. „Ich dachte, ich überrasche dich und komme dich besuchen. Ich…ich hab nicht weiter darüber nachgedacht. Ich dachte, du würdest dich auch freuen mich wieder zu sehen. Ich hab mich wohl getäuscht.“ Als Simone sich umdrehte und weggehen wollte, packte sie Eriks Hand an der Schulter und drehte sie zu sich um. „Geh nicht Simone.“ Seine tiefe Stimme ging ihr durch Mark und Bein und sie blieb wie angewurzelt stehen. Sie drehte sich zu Erik um und sah ihn an. „Es freut mich dich zu sehen. Es ist nur…ich habe dich nicht erwartet.“ „Schon klar. Du hast eine Freundin und willst keinen Ärger mit ihr. Aber ich bin ohne Absichten gekommen. Ich wollte dich einfach nur besuchen.“ Simone konnte den Ausdruck in seinen Augen nicht deuten. Ein kalter Schauer lief ihr über den Rücken und sie wusste nicht, ob das von der Kälte, oder von Eriks Blick kam. „Es tut mir leid, wenn ich dich in eine blöde Situation gebracht habe. Ich glaube, es wäre besser, wenn ich jetzt gehe.“ Bevor sie sich umdrehen konnte, kam Erik einen Schritt auf sie zu, nahm ihr Gesicht zwischen seine Hände und küsste sie so, als wäre es das letzte Mal gewesen. In dem Kuss lagen Wärme und Zuneigung, doch Simone spürte noch etwas anderes – Unsicherheit. Erik war verändert, aber sie konnte nicht deuten woran es lag. Vielleicht war ihre Erinnerung einfach nur vernebelt. Trotz, oder gerade wegen des Kusses, fühlte sie sich verletzt. Simone hatte sich mehr Freude erwartet. Erik umgab eine mystische und eigenartige Aura. Ab und zu drehte er sich um, so als ob er Angst hätte, dass sie jemand sehen konnte. „Gehen wir zu den anderen beiden in die Bar!“, sagte er nach einem Moment des Schweigens. Es war mehr ein Befehl, als eine Frage.

In der Bar war es schön warm und überall hingen Skelette und Kürbisfratzen herum. Sie war einladend gestaltet und nicht ungewöhnlich, da hier am Abend eine Halloween Feier stattfand. Es war noch früh, deshalb befanden sich nur der Kellner und der Koch plaudernd hinter dem Tresen. Viel Arbeit war ja noch nicht zu erledigen. Die Vorbereitungen schienen abgeschlossen zu sein und Rick und Daniela hatten sich schon ihre Getränke bestellt. In einer Ecke unterhielten sie sich angeregt. Über was, das konnte Simone nicht hören, aber sie war froh, dass sich ihre Schwester nicht langweilte. Sie wusste nur zu gut, wie nervig sie sein konnte, wenn es etwas gab, dass ihr nicht gefiel. Als sie sich dem Tisch der beiden näherten, sahen sich Rick und Erik einen Moment lang still an. Simone schenkte dem nicht viel Aufmerksamkeit, denn sie wollte dringend mit ihrer Schwester sprechen. „Weißt du, wo hier die Toilette ist. Ich muss mal.“ Sie drängte ihre Schwester schneller zu gehen und stieß sie hastig in die Tür. „Es war ein Fehler hier her zu kommen Sis. Es ist die reinste Katastrophe.“ „Jetzt beruhige dich mal. Was ist denn passiert?“ „Ich weiß nicht. Nichts. Es ist einfach nur komisch. Findest du nicht auch?“ „Nein, im Gegenteil. Rick ist recht amüsant.“ „Schön für dich. Ich hingegen bin einer Illusion gefolgt. Ich weiß nicht wie ich mit Erik reden soll und er scheint auch nicht so gesprächig zu sein, wie ich es eigentlich in Erinnerung hatte. Wenn wir nicht so weit fahren müssten, würde ich ins Auto springen und davon flitzen. Irgendetwas stimmt hier nicht, nur weiß ich nicht was. Vielleicht hat er eine Freundin oder sonst irgendwelche Geheimnisse, von denen ich nichts erfahren soll.“ „Jetzt übertreib mal nicht. Schließlich ist er noch hier. Lassen wir es ruhig angehen und wenn du morgen Früh immer noch der Meinung bist, dass es ein Fehler war hier her zu kommen, dann fahren wir nach dem Frühstück wieder zurück. Was meinst du?“ „Ja, du hast ja recht. Ich werde mir jetzt erst mal was starkes zu trinken bestellen, dann bekomme ich vielleicht wieder einen klaren Kopf.“ Die Menüauswahl war nicht groß und doch fand Simone sofort etwas, dass ihr zusagte. „Ich hätte gerne einen Eierlikörpunsch mit Rum, wenn das möglich ist.“ Der Kellner drehte sich ohne zu Antworten um und verschwand in der Küche. Simone beobachtete ihre Schwester und die zwei Jungs von der Bar aus und versuchte das Verhalten Eriks zu begreifen. Während Rick und Daniela miteinander lachten, saß er nur da und verfolgte Stumm das Gespräch. Ab und zu wagte er einen hastigen Blick zu Simone, nur um sich dann wieder der Unterhaltung am Tisch zu widmen. „So bitte sehr, der Eierlikörpunsch. Noch etwas?“ „Nein danke. Uh der ist wirklich gut.“ Simone leckte sich über ihre Lippen und nahm noch einen großen Schluck von dem warmen Getränk, bevor sie wieder zu den anderen zurück ging.

Als sie bei ihrem dritten Punsch angelangt war, begann sich die Bar zu füllen. Der Kellner drehte die Stereoanlage auf und ein leises Stimmengewirr entwickelte sich. Als plötzlich die Tür aufging und eine schlanke, hochgewachsene Frau die Bar betrat, ebbten die Gespräche für den Bruchteil einer Sekunde ab und jeder einzelne Gast Blickte zum Eingang. Die Frau hatte tiefblaue Augen und langes, glattes, blondes Haar. Als sie weiter ins innere der Bar trat, begannen die übrigen Gäste ihre Gespräche fortzusetzen. Nur Simone schaffte es nicht, den Blick von ihr abzuwenden. Sie war eine hübsche Frau und doch machte sie ihr Angst. Die mysteriöse Blondine ging zur Bar und ohne ein Wort zu verlieren, bekam sie ihren Martini serviert. Sie nahm ihn entgegen und stolzierte zu dem Tisch, wo Simone mit den anderen dreien saß. Schnell wandte sie den Blick ab und stupste ihre Schwester an. „Freundin Alarm!“ „Das weißt du nicht Simone. In einem Dorf kennt jeder jeden. Die wird hier wohnen.“ Die Unbekannte blieb neben Simone stehen und sah mit einem hämischen Lächeln in die Runde. „Rick, Erik. Wollt ihr mich nicht vorstellen?“ Rick sprang nervös auf. „Tamara, das sind Daniela und Simone. Zwei Freundinnen aus vergangener Zeit. Sie sind hier, um ein paar Tage in unserem schönen Ort zu verbringen. Mädels, das ist Tamara.“ „Sehr erfreut.“, surrte Tamara und streckte Simone ihre schlanke, manikürte Hand entgegen. „Freut mich euch kennen zu lernen.“ Dann ging sie auf Erik zu und steckte ihm ihre Zunge in den Mund. Fast verschluckte sich Simone an ihrem Punsch. Sie traute ihren Augen nicht. Also doch seine Freundin., dachte sie verletzt, aber versuchte so unbekümmert wie möglich zu wirken. „Du lebst hier, Tamara?“ Tamara drehte unnatürlich flink ihren Kopf in die Richtung, aus der die Stimme kam und durchbohrte Simones Seele mit einem einzigen Blick. Ihre eisblauen Augen ließen nicht von ihr ab. „Ja, richtig und Erik ist mein Liebhaber.“ Die ganze Zeit über kam kein Wort aus Eriks Mund, aber er schien nicht vor zu haben, etwas zu der peinlichen Situation zu sagen. Tamara schwang ihren kleinen, perfekten Hintern auf einen der Stühle und überkreuzte ihre endlos langen Beine. Sie trug hautenge, schwarze Lederleggins und eine schwarze Jersey Bluse. Sie war atemberaubend sexy, aber auch gefährlich. Ihre langen, manikürten Nägel waren in einem dunklen rot lackiert und ihre Augen wurden von einem schwarzen Kajalstrich umrandet. Auch wenn Halloween war, wusste Simone sofort, dass dies kein Kostüm war. Sie schien eine männerfressende Schlampe zu sein. Oder so etwas in der Art. Aus Simones Angst wurde Kampfgeist und sie schwor sich, nicht so einfach aus diesem Dorf zu verschwinden. Die Opferrolle hatte noch nie gut zu ihr gepasst. Tamara versuchte mit ihrem Verhalten Krieg anzuzetteln, also konnte sie den haben. „So Erik, das ist also deine Freundin von der du uns noch nichts erzählt hast?“ Tamara musste schmunzeln und nahm noch einen Schluck von ihrem Martini. „Freundin ist vielleicht nicht der richtige Ausdruck, meine Süße.“, antwortete Tamara eiskalt. „Aber du darfst es gerne so sehen, wenn es dir gefällt.“ Gott sei Dank kam schön langsam etwas Schwung in die Bude und die Musik wurde lauter. Die Spannung war kaum noch auszuhalten. Aus der Küche strömten verschiedenste Aromen und die Menschen in dem Lokal lachten und unterhielten sich ausgelassen. Jeder kam in einem Kostüm und Simone fühlte sich etwas fehl am Platz. Aber da sie sich schon den ganzen Nachmittag so gefühlt hatte, konnte sie am Abend ruhig so weiter machen. Es kümmerte sie nicht mehr. Sie zog Daniela an die Bar, um noch ein paar Getränke zu bestellen und wollte die Möglichkeit dazu nutzen, mit ihrer Schwester alleine zu sprechen. „Sis. Dieser Rick ist echt lustig und ich glaube ich spüre den Alkohol schon, was komisch ist, denn soviel habe ich nicht getrunken. Was soll’s, Hauptsache Spaß.“ „Sag Daniela, bekommst du denn gar nichts mit?“ „Doch, wieso?“ „Na diese Tamara. Wer ist sie?“ „Eine Liebhaberin von Erik. Das hat sie zumindest behauptet.“ „Ja und der hatte nichts einzuwenden.“ „Das ist doch egal meine Gute, denn wenn sie eine Liebhaberin ist, heißt das nur, dass du ihn dir schnappen kannst. Sie ist nicht seine Freundin. Was meinst du?“ Daniela wog ihre Hüften im Takt zu White Snakes Here I go again und erschrak für den Bruchteil einer Sekunde, als eine Mumie neben ihr auftauchte. „Hey, geiles Kostüm.“ Die Mumie ließ nur undeutlich von sich hören und verschwand mit einem Bier in der Hand in der Menge der Partygäste. „Die Kostüme einiger Leute sind der Hit. Hast du Frankenstein gesehen? Super gruselig.“ Daniela grinste, nahm das Tablett mit den Getränken und bahnte sich einen Weg zu ihrem Tisch. Edward mit den Scherenhänden gesellte sich zu Simone und bat ihr einen Whisky mit Eis an. Zuerst zögerte sie, doch dann nahm sie ihn dankend an. „Du bist nicht von hier. Stimmt’s?“ „Richtig. Ich wollte einen Freund besuchen, aber das ist wohl in die Hose gegangen. Übrigens ich bin Simone.“ „Sehr erfreut ich bin Edward.“ Der Verkleidete lachte ein helles, freundliches Lächeln. „Scherz. Ich heiße Stefan. Also auf uns.“ „Auf uns.“ Simone kippte den Shot hinunter, schnappte sich dann Stefans Hand und zerrte ihn auf die Tanzfläche. Sie wollte den peinlichen Tag einfach vergessen und Stefan schien ihr ein netter Kerl zu sein. Erik konnte die Szene verfolgen und er war froh zu sehen, dass sich Simone anderweitig beschäftigte. Als Simone mit Stefan tanzte, bemerkte sie, dass sie von Erik beobachtet wurde, während Tamara ihm etwas ins Ohr flüsterte. Es gab ihr einen Stich ins Herz, als sie die Szene beobachtete und doch bemühte sie sich sehr, sich weiter mit Stefan, alias Edward mit den Scherenhänden, zu vergnügen. Als Simone nach kurzer Zeit noch einmal zu dem Tisch hinüber sah, war Tamara verschwunden. „Na endlich!“, dachte Simone. „Ich dachte die würde überhaupt nicht mehr gehen.“ „Hast du etwas gesagt.“, brüllte Stefan, um sich im hohen Lärmpegel hörbar zu machen. „Nein gar nichts. Kommst du mit zu meiner Schwester? Wir sitzen dort in der Ecke.“ „Ja klar. Geh schon mal vor. Ich komm dann nach.“ Als Simone zu ihrem Tisch kam, saß nur Erik dort. Seine dunkelbraunen Augen fixierten Simones Bewegungen im Detail, sodass sie Schwierigkeiten hatte zu denken. „Was willst du Erik? Musst du nicht deiner Freundin nachlaufen?“ Angewidert nahm sie ihre Tasche und ging vor das Lokal um eine zu rauchen. Weit und breit gab es keine Spur von Daniela, doch sie dachte sich nichts dabei. Irgendwie passierte das immer so, wenn die zwei Schwestern miteinander ausgingen. Das Hotel war ja nicht weit von hier, also konnte sie auch alleine ins Zimmer gehen, wenn sie dazu Lust hatte.

Die Nacht war glasklar und die Luft eisig. Simone bereute es, die Jacke im Hotelzimmer gelassen zu haben. Zahlreiche Sterne funkelten am Himmel und die Straßen waren nun von einigen Jugendlichen in Kostümen gesäumt. Der Brauch des All Hallow’s Eve kommt langsam nach Europa zurück. Es war noch kein Fest, dass von der breiten Masse gefeiert wurde und doch waren von Jahr zu Jahr mehr Menschen in den alten Brauch involviert.
Simone stand alleine vor dem Eingang des Lokals und war froh, ihre Ruhe zu haben. Sie blickte in den dunklen Nachthimmel und verlor sich in ihren Gedanken. Als eine verführerische Stimme an ihr Ohr drang, sprang sie mit einem Schrei zur Seite und versuchte zu erkennen, von wo aus das Geräusch kam. Simones Atem ging schnell und sie zitterte am ganzen Körper. „Was für ein Scheiß ist das denn?“, fragte sie halblaut in die Nacht und suchte immer noch im Dunkeln nach der verantwortlichen Person. Nichts. Sie konnte niemanden sehen. Nach einem letzten Zug von ihrer Zigarette, blickte sie sich noch einmal nervös um und verschwand dann schnell in dem Lokal, wo die Dorfbewohner heiter feierten. Sie ging mit großen Schritten zu dem Tisch, wo zuvor noch ihre Schwester gesessen hatte, doch sie fand nur Edward mit den Scherenhänden vor. „Ich dachte, du wärst schon weg.“, sagte Edward. „Ich war nur kurz draußen. Wo sind die anderen?“ „Keine Ahnung. Ich warte hier nur auf eine Freundin, weil wir dann auf eine Privatfeier gehen. Kommst du mit?“ Simone dachte einen Augenblick über das Angebot nach, doch lehnte dankend ab. Ihr war der Spaß sichtlich vergangen. Sie nahm ihre Sachen und verabschiedete sich schnell. Simone kämpfte sich durch die immer betrunkener werdende Menge an Monstern und versuchte auf die Straße zu gelangen. So wie sich vorhin noch einige Personen auf der Straße aufhielten, war jetzt keine Menschenseele mehr zu sehen. Simone sah sich noch ein mal um, und steuerte dann auf das Hotel, am Ende der Trap Street, zu. Es war eisig auf den Straßen und sie konnte ihren Atem deutlich sehen. Als sie in Gedanken versunken die Straße entlang ging und über die letzten Stunden des Tages nachdachte, wurden sie durch ein lautes, unangenehmes Schaben unterbrochen. Das unheimliche Geräusch lenkte ihre Aufmerksamkeit auf einen der vielen Sträucher, die am Straßenrand wuchsen. Sie blieb einen Moment lang stehen und versuchte ihre Gedanken zu ordnen. „Es wird irgendein Tier sein.“, sagte sie mit leiser, zittriger Stimme zu sich selbst. Als Simone jedoch weiter nichts wahrnahm, setzte sie sich wieder in Bewegung. Kaum hatte sie aber zwei Schritte getan, kehrte das schabende Geräusch zurück. Dieses Mal war es lauter und noch unheimlicher als zuvor. Ihr Verstand sagte ihr, dass sie sofort zum Hotel zurück gehen sollte, doch die Neugierde war stärker. Trotz ihrer Angst wollte sie nachsehen was es war. Simone näherte sich dem Straßenrand und versuchte in dem dichten Gestrüpp etwas zu erkennen. Unter ihren Füßen knackten die Äste als sie zerbrachen und je tiefer sie in das Unterholz vordrang, desto weniger Licht erreichte sie von der Straße aus. Sie brauchte einen Augenblick, bis sich ihre Augen an die Dunkelheit gewöhnt hatten, dann ging sie vorsichtig weiter. Das Mädchen stand vollkommen allein, in Mitten hoher Bäume, in einem Dorf, dass sie kaum kannte. Ihr Atem ging schnell. Trotz der Kälte fing sie zu schwitzen an. Sie hatte keine Ahnung was sie erwartete und doch folgte sie dem unangenehmen Geräusch. Mit jedem Schritt, mit dem sie sich näherte, wurde das Knirschen und Kratzen lauter. Simone fühlte sich zunehmend ferngesteuert. Wie vor dem Lokal, drang eine süße Stimme an ihr Ohr. Sie verstand nicht ganz was es bedeutete und doch hatte sie direkten Einfluss auf sie. Sie ging weiter und kümmerte sich nicht mehr um das Angstgefühl. Es war, als würde sie nicht mehr sie selbst sein.

Als Simone zu sich kam, war sie desorientiert. Sie konnte nicht erkennen wo sie sich befand, doch sie versuchte sich zu erinnern, was geschehen war. In ihrem Kopf pochte es. Es schien, als würde ihr Gehirn jeden Augenblick explodieren. Sie griff sich über das linke Auge und zuckte vor Schmerz zusammen. Eine klebrig, warme Flüssigkeit hinterließ ihre Spuren an Simones Finger. Ächzend versuchte sie sich zu erheben, hatte jedoch Schwierigkeiten das Gleichgewicht zu halten. „Ruhig bleiben Simone. Ruhig bleiben! Das wird schon wieder.“, beruhigte sie sich selber. „Was ist nur passiert? Wieso bin ich hier?“ Sie suchte in ihrer Tasche nach ihrem Handy, doch sie konnte es nicht finden. Simone zitterte am ganzen Körper, teils aus Angst und teils der niedrigen Temperatur wegen. Ein starker Wind blies ihr ins Gesicht. Allmählich kam sie zu sich. Sie versuchte, sich ein Bild ihrer Umgebung zu machen. Wurzeln, feuchtes Erdreich und abgebrochene Äste waren die vorherrscheden Komponenten in dem Raum indem sie vor kurzem erwachte. „Ach du heilige Scheiße. Ich sitze in einer Grube fest!“ Ich muss hinunter gestürzt sein, als ich dem Geräusch gefolgt bin., dachte sie und spürte Panik in sich aufsteigen. „Hilfeee! Ist da jemand? Ich bin hier unten!“ Nach und nach dämmerte ihr, dass sie in echten Schwierigkeiten steckte. Aber wer konnte ihr nur etwas böses wollen? Sie kannte hier doch niemanden. Niemanden außer Erik! „Oh mein Gott Erik.“, sagte sie leise. „Erik! Wo bist du? Was willst du von mir?“, schrie Simone wütend in die dunkle Nacht hinein. Ihre Stimme verschwand im Nichts und niemand antwortete ihr. Der Wind war eisig kalt und erneut drang eine süße Stimme an ihr Ohr. „Simone.“, flüsterte sie. Es schien als würde der Wind ihren Namen säuseln. Ihre Unterlippe bebte und die Angst ließ ihren Überlebensinstinkt erwachen. In Panik vor dem Tod, versuchte sie, aus der tiefen Grube zu entkommen. Sie wollte die unheimliche Stimme nicht mehr hören und vor allem wollte sie nicht an Halloween sterben. Verzweifelt versuchte sie sich an einer dicken Baumwurzel hochzuziehen. Aus zwei Metern Höhe stürze sie in die tiefe Dunkelheit zurück. Mit aufgeschnittenen Händen und zerrissenen Strumpfhosen blieb sie wimmernd liegen und ergab sich der honigsüßen Stimme. Langsam fühlte sie, wie das Leben aus ihrem Körper wich. Böse Dunkelheit umgab sie und drang in sie ein. Simones Körper erhob sich vom kalten, schmutzigen Untergrund und bog sich empor. Die geballte Kraft des Windes ergriff Simones regungslosen Körper und wirbelte ihn gegen die Innenwand der Grube. „Lass sie in Ruhe!“, schrie jemand aus der Dunkelheit. Der Wind ließ sofort von dem Mädchen ab. Es herrschte Totenstille. Simones Körper schlug hart auf dem Boden auf. Ein leises Wimmern entkam ihrer Kehle und als sie eine männliche Stimme aus einiger Entfernung wahrnahm, kam sie langsam zu sich. „Was ist passiert? Wo bin ich?“, stöhnte sie ins Nichts und versuchte sich aufzusetzen. Simone versicherte sich, dass sie sich nichts gebrochen hatte, als sie plötzlich jemanden wahrnahm. „Simone? Geht es dir gut?“ „Wer ist da? Ich brauche Hilfe.“ Mit schwacher Stimme versuchte sie sich bemerkbar zu machen, doch ihr fehlte die Kraft dazu. „Simone, hörst du mich?“ Als Simone klar wurde, mit wem sie es zu tun hatte, ließ der Schmerz der Wut ihren Platz. „Erik du Arschloch. Was hast du mit mir vor?“ Simone hätte Lust gehabt ihm den Kopf einzuschlagen, doch sie wusste auch, dass sie die Grube ohne seiner Hilfe nicht mehr lebend verlassen würde. „Kannst du dich bewegen?“, fragte Erik besorgt. „Ja, ich denke schon. Gebrochen scheint nichts zu sein.“ Erik warf Simone einen Strick entgegen und zog sie Schritt für Schritt an die Oberfläche hinauf.
„Oh mein Gott Simone. Geht es dir gut?“ Erik umarmte Simone und legte ihr seine Jacke über die Schulter. „Heißt das, du hast nichts damit zu tun?“ Sie deutete auf die Grube. „Was zur Hölle? Nein! Was hast du hier überhaupt getrieben?“ Erik wusste was Simone an diesem Ort tat, doch er konnte es ihr nicht erzählen, also hörte er ihr Aufmerksam zu. „Du musst verschwinden Simone.“ „Erik, das habe ich jetzt schon verstanden. Es ist dir unangenehm, dass ich hier bin. Deine neue Freundin hat Probleme damit und du fühlst nichts für mich. Ich weiß das mittlerweile“ „Nein das ist es nicht. Du musst hier einfach nur weg. Ich weiß nicht, wie lange ich dich beschützen kann.“ „Also weißt du was hier vor sich geht? Erik, sag es mir? Sag nicht, dass deine Freundin dahinter steckt. Das ist verrückt!“ „Ich kann es dir jetzt nicht erklären! Komm, lass uns schnell ins Hotel gehen.“ Erik zerrte Simone hinter sich her und brachte sie sicher in ihrem Hotelzimmer unter.

Als Simone unter der Dusche stand, versicherte sich Erik, dass die Tür gut abgeschlossen war. Er wusste, dass es nicht einfach war Simone zu retten, aber er musste es versuchen. Er wollte sie nicht weiter in Gefahr bringen. Das Beste wäre, wenn sie noch heute Nacht abreisen würde. Sobald Simone aus der Dusche kam, würde er es ihr sagen.
Mit nassen Haaren und in einen weißen Bademantel gewickelt, stand Simone vor Erik. Ihre langen Haare fielen ihr auf die Schultern und mit ihren müden, angsterfüllten Augen, starrte sie Erik an. Es tat ihm in der Seele weh, sie so zu sehen und doch hatte er ein großes Verlangen, sie in den Arm zu nehmen und zu küssen. Erik machte einen Schritt auf sie zu und strich ihr über die Wange. „Was ist da vorhin passiert Erik?“, fragte Simone flehend. Geschlagen setzte sich Erik auf das Bett und begann zu erzählen. „Sie ist was? Sie sammelt junge Seelen, um sich selber jung zu halten? Tamara? Die Tamara die ich heute gesehen habe? Ich versteh nicht ganz.“ Simone war verwirrt und glaubte zu spinnen. Erik versuchte ihr zu erklären, dass sie tatsächlich böse und er ihr Sklave war. Erik musste ihr jedes Jahr mindestens eine Seele liefern und dafür durfte er weiter leben. „Aber wie ist es dazu gekommen? Sie ist also nicht menschlich?“ „Nein ist sie nicht. Tamara war aber einmal menschlich. Vor zweihundert Jahren zirka. Wir hatten vor einigen Jahren zu Halloween ein Spiel gespielt. Es ging dabei um eine alte Geschichte, über eine Frau genau gesagt, die hier gestorben war. Sie wurde von ihrem Mann brutal niedergemetzelt, weil er mit seiner Geliebten zusammen sein wollte. Als wir sie freigesetzt hatten, wollte sie mich ermorden, doch irgendetwas hinderte sie daran. Sie entschied sich dafür, mich als ihren Sklaven zu behalten . Ich musste ihr jedes Jahr zu Halloween die Seelen junger Frauen bringen. Wenn ich es nicht tat, würde ich sterben. Mit den Seelen konnte sie ein weiteres Jahr auf Erden wandeln. Als sie gemerkt hatte, dass du mehr als nur eine Bekannte für mich bist, wollte sie unbedingt dich. Deshalb hat sie dich in den Wald gelockt. Sie wollte mir damit weh tun. Sie hasst alle Männer, da ihr eigener sich ihrer entledigt hatte. „Aber warum will sie dann die Seelen junger Frauen haben?“ „Weil für sie alle gleich sind. Es war die Geliebte, die angeblich den Mord geplant hatte. Für sie sind Männer einfach nur dumme Geschöpfe, ohne eigenem Willen. Schwanzgesteuert und einfältig, wenn du es so willst. Die wahre Intelligenz ist die Frau und somit ist es deren Seele, die sie interessiert.“ Ungläubig starrte Simone ihn an. Sie verdaute das soeben gehörte und ahnte, dass sie aus dieser Situation nicht so leicht entfliehen konnte. Sie ging auf das Bett zu und stellte sich vor Erik hin. „Also was soll’s. Dann habe ich ja nichts mehr zu verlieren.“ Langsam öffnete sie den Gürtel ihres Bademantels und ließ ihn auf den Boden gleiten. Ihr wohlgeformter, runder Busen befand sich in Eriks Augenhöhe und er musste schwer schlucken, als er Simones deliziöse Rundungen vor sich sah. Mit seiner Zungenspitze liebkoste er ihren Körper und legte sie dann behutsam auf das Bett. Simone umarmte Erik und schloss ihre Beine um seinen Körper. Mit Liebe, legten sich ihre Lippen auf die seinen und er erwiderte ihren zarten Kuss. Langsam schälte sich Erik aus seinem schwarzen Kapuzenpullover und entblößte seinen kräftigen und anregenden Oberkörper. Simone strich ihm über seinen Brustkorb und küsste ihn vom Ohrläppchen bis zu seiner Schulter. Sanft bahnte sie sich mit ihren Händen den Weg zu seinen Jeans, um sie zu öffnen. Sein warmes, steifes Glied erwartete sie bereits. Mit ihrer rechten Hand streichelte sie über seine Hoden und führte dann seinen Penis zu ihrer feuchten Weiblichkeit. Mit einem tiefen Stöhnen des Wohlwollens, drang Erik in Simone ein.

„Du musst verschwinden bevor Tamara hier auftaucht.“, sagte Erik und zog sich hastig an. „Romantik ist wohl nicht deine Stärke.“ „Wie machst du das nur, so ruhig zu bleiben. Sie könnte jeden Moment hier sein.“ „Ich bin nicht ruhig, Erik. Ich habe mich einfach nur damit abgefunden. Was kann ich kleiner Homo Sapiens schon ausrichten? Wenn ich jetzt flüchte, würde sie mir folgen und du weißt das.“ Kaum hatte sie ausgesprochen, sprang die Tür mit einem gewaltigen Windstoß aus dem Schloss. Die Lichter gingen aus und beide wurden in Dunkelheit gehüllt. „Hör auf sie Erik. Du weißt, dass Frauen das Gehirn haben.“, kündigte sich Tamara an. Ein Lichtkegel drang von der Straße aus durchs Fenster herein. Das war die einzige Lichtquelle die den beiden blieb. Simone war in ein Leintuch gewickelt und darunter immer noch nackt. Sie klammerte sich an das Stück Stoff, so als würde es ihr Leben retten. Als sich die Dunkelheit im Lichtkegel materialisierte, stellte sich Erik schützend vor Simone. Tamara nahm ihre menschliche Form an. Ein schrilles Lachen kam über ihre Lippen und ließ ihnen das Blut in den Adern gefrieren. „Ist das nicht süß!“, zischte Tamara und setzte sich auf das ungemachte Bett. „Lass sie in Ruhe Tamara.“, sagte Erik. „Nimm mich, aber lass sie gehen.“ „Ach ja, wie oft habe ich das schon gehört. Es wird langsam langweilig.“ Tamara spielte mit einer Haarsträhne und begutachtete die Nägel der anderen Hand. „Weißt du Erik, es war ein Fehler dich am Leben zu lassen. Männer sind einfach zu nichts zu gebrauchen!“ Immer noch stand Erik schützend vor Simone. „Wie können wir sie aufhalten? Hast du keinen Gegenzauber?“, flüsterte Simone ängstlich. „Ha, das ich nicht lache. Gegenzauber. Du hast wohl zu viel Charmed gesehen. Nichts und niemand kann mich mehr aufhalten. Ich habe meine Seelen für dieses Jahr gefunden. Übrigens, deine Schwester war sehr deliziös.“ Simone riss ungläubig die Augen auf. Als sie verstand, was sie da soeben gehört hatte, wurde ihr schlecht. Sie wurde kreidebleich und musste sich an Erik klammern, um nicht in Ohnmacht zu fallen, doch ihre Tränen konnte sie nicht verbergen. „Oh, wusstest du das nicht? Ist dir nicht aufgefallen, dass deine süße, kleine Schwester nicht mehr im Lokal war, als du weg gegangen bist?“ Tamara erhob sich grinsend vom Bett und holte sich ein Fläschchen Wodka aus der Minibar. „Ein guter Tropfen zur Feier des Tages. Ich muss sagen, dieses Jahr war ein erfolgreiches Jahr.“ Sie trank die Flasche leer und schmiss sie dann vor Eriks Füße. Simone machte einen Satz nach hinten und stolperte über ihr viel zu langes Leintuch. Im Bruchteil einer Sekunde lag Erik auf dem Boden und Tamara beugte sich über Simone. „Du kleines, dummes Kind. Dachtest du wirklich, Erik könnte dich retten?“ Als sich Erik vom Boden erheben wollte, drückte ihn eine unsichtbare Kraft zu Boden. Er kämpfte dagegen an, doch sie war viel stärker als er. Hilflos musste er zusehen, wie Tamara seine Freundin bedrohte. „Wenn ich es gewollt hätte, wäre er schon längst tot.“ Tamara genoss die Angst in Simones Gesicht und sog jede Regung des Mädchens in sich auf. „Deine Seele brauche ich nicht mehr. Die deiner Schwester war gut genug. Aber ich werde mich sehr gut um dich kümmern, meine Kleine.“ Ihre Stimme war scharf, wie die Klinge eines Fleischermessers. Nicht zu vergleichen mit der süßen, anziehenden Stimme im Wald. „Ich habe es auf die gute Tour versucht. Jetzt werde ich aber nicht mehr so lieb sein.“ Simone war starr vor Angst und brachte kein Wort heraus. Sie lag einfach nur da und starrte mit aufgerissenen Augen in Tamaras makelloses Gesicht. Im Augenwinkel bahnte sich eine Träne den Weg auf ihre Wange. Blitzschnell tauchte Tamaras Gesicht vor ihrem auf. „Weinst du etwa?“ Tamaras zynischer Tonfall entging Simone kein bisschen und doch konnte sie nicht antworten. Mit der Zungenspitze leckte Tamara über Simones Wange. „Es wird nicht weh tun. Mach dir keine Sorgen.“ Tamara packte Simone am Haarschopf und schmiss sie unsanft aufs Bett. Vor lauter Schmerz schrie sie auf, doch das befriedigte Tamara umso mehr. Erik lag immer noch regungslos am Boden. Er hatte einfach nicht die Kraft, sich Tamaras Stärke zu entreißen. „Um dich kümmere ich mich später noch. Eines nach dem anderen.“ Tamara beugte sich über Simones regungslosen Körper und streichelte ihr übers Gesicht. Mit ihren langen Nägel hinterließ sie einen tiefen Schnitt auf Simones Wange. Der Duft des Blutes versetzte sie in Trance. Sie genoss das Aroma frischen Blutes und gönnte sich eine kleine Kostprobe. Am Boden, neben dem Bett, versuchte sich Erik immer noch zu erheben. Er schaffte es, unter enormen Kraftaufwand, auf die Knie zu kommen. Erik schnappte sich den Gürtel des Bademantels und in einer Sekunde der Unaufmerksamkeit, band er ihn um Tamaras Hals. So fest er konnte, zog er den Gürtel zu. Überrascht von dem Angriff, schaffte es Simone, sich aus den Fängen der Untoten zu befreien. Sie stolperte aus dem Bett und fiel zu Boden. Erik nahm all seine Kraft zusammen und zog den Gürtel enger um Tamaras Hals. „Lauf Simone. Lauf!“, schrie er seiner Freundin zu. Simone suchte im Zimmer nach einem spitzen Gegenstand um es Tamara ins Herz zu rammen, doch kaum hatte sie einen Brieföffner gesichtet, hatte sich das Monster befreit. Sie packte Erik am Hals und warf ihn gegen die Wand. Der Aufprall war so hart, dass er regungslos am Boden liegen blieb. Unter Erik bildete sich eine kleine Blutlache. Simone schrie um Hilfe, doch niemand schien sie zu hören. Nackt und ohne Schutz, stand sie in Mitten des Hotelzimmers. „Wie jämmerlich du aussiehst.“, lachte Tamara und warf sich auf das Mädchen. „Dir werde ich nun ein Ende setzen.“ Mit einem entsetzlichen Schrei fiel Simone auf den Boden und bewegte sich nicht mehr. Tamara setzte mit ihrem Fingernagel an und Schnitt dem Mädchen die Kehle, von einem Ohr zum anderen, auf. Blut schoss aus der Wunde und verteilte sich über ihren Körper. Einige Sekunden versuchte Simone um Luft zu ringen. Vergebens.

Kurz danach herrschte Totenstille im Raum und langsam tränkte sich der Teppichboden mit Blut. Tamara war zufrieden mit ihrer Arbeit und wusch sich im Bad gründlich die Hände. Nachdem sie gemächlich ihr Makeup aufgefrischt hatte, begutachtete sie ihr Kunstwerk ein letztes Mal, dann drehte sich um und verließ das Hotel.
Die Straßen im Dorf waren leer. Die Bewohner waren schon seit Stunden im Bett. Bald würde für sie ein normaler Tag beginnen. Mit einem zufriedenen Lächeln auf den Lippen, ging sie die Trap Street entlang und dem Sonnenaufgang entgegen.

Die Wollust – lat. Voluptas – ein Abschnitt

(…) Max machte einen Schritt auf Emma zu und küsste sie innig auf ihre sanften Lippen. Emma schlang die Arme um Max‘ Hals und erwiderte den Kuss. Sie grinste leicht auf seine Lippen und zog ihn in ihre Wohnung. Nachdem Max Emmas Jacke zu Boden geworfen hatte, hob er sie hoch und trug sie in ihre Wohnküche. Am Esstisch setzte er Emma sanft ab und schälte sich aus seiner Jacke. Emma war schon ziemlich feucht zwischen ihren Beinen und ihre Nippel zeichneten sich auf ihrer Bluse ab. Emma wollte Max‘ Hände auf ihren Körper spüren, doch dieser ließ sich damit noch etwas Zeit. Mit einem Grinsen im Gesicht, kniete er sich vor sie nieder und befreite ihre Füße aus den Highheels. Ein zarter, blumiger Duft kam ihm entgegen und schon hatte er Schwierigkeiten seinem Penis den gewünschten Platz zu verschaffen. Max küsste die Innenseite von Emmas Fuß und öffnete sich gekonnt mit der rechten Hand seine eng anliegenden Jeans. Danach holte er seinen erigierten Penis aus der Hose und atmete tief durch.(…)

Sie machte einen Satz vom Esstisch hinunter und führte Max zu ihrem Bett. Er setzte sich darauf und diesmal ging Emma vor ihm auf die Knie. Schon beim Gedanken daran, dass sie gleich seinen prallen Penis mit ihrem Mund verwöhnen würde, fing sein Glied zu pulsieren an. Die Ader, die sein Prachtstück verzierte, wurde dicker und versorgte ihn mit ausreichend Blut. Emma stand auf dieses Detail und liebte es, Max mit ihrem Mund zu verwöhnen, zu necken. Sie leckte zart über seine Eichel und Folgte der Linie seines Penis‘ bis zum Schaft und wieder zurück. (…)

Max drückte seine Männlichkeit weiter in Emmas Mund und sie nahm ihn wohlwollend auf. Sie saugte und leckte an ihm, als würde es das letzte Mal für sie sein. Ihre Nippel wollten aus dem Spitzen BH befreit werden, so steif waren sie bereits. Emma rieb sie an Max‘ Körper und leckte gleichzeitig an seiner dunkelroten Eichel. Seine köstlichen Lusttropfen nahm sie gierig in sich auf, so als wären sie kostbares Aphrodisiakum. (…)

Als Max sie mit seiner warmen, feuchten Zunge berührte, verlor sie beinahe das Gleichgewicht. Es war fast so, als würde ihr Gehirn ein Black out erleiden. Nachdem sie sich wieder gefangen hatte, gaben sich beide ihrem oralen Liebesspiel hin. Es war schwierig für Emma nicht zu kommen, denn Max wusste genau was er mit seiner Zunge tat und denn noch zwang sich Emma, ihren Orgasmus zurück zu halten. Sie spürte wie ihr warmer Saft aus ihr herausquoll und merkte auch, dass es Max nicht unangenehm war. Sein Penis wurde Hart wie Stahl und sie hatte leichte Schwierigkeiten ihren Mund um ihn herum zu schließen. Ihr Kiefer fing zu schmerzen an und doch konnte sie nicht genug von ihm bekommen. Um ihr Kiefer zu entspannen, leckte sie über seinen harten Schaft, bis zu seinen Hoden und saugte anfänglich zart daran. Als sie Max‘ Finger in ihrem Anus spürte, kam ihr ein lautes Stöhnen über die Lippen, gefolgt von einer Rückwertsbewegung, um seinen Finger ganz in sich aufnehmen zu können. Emma war überrascht davon, wie sehr es ihr gefiel, dass Max sich um ihren Hintern kümmerte. (…)

Emma hatte einen kurzen Atem und wollte nichts sehnlicher, als Max‘ Penis in sich spüren. Er sah in Emmas Augen und schüttelte den Kopf. „Jetzt noch nicht meine Kleine.“, sagte er und neckte ihre steifen Nippel mit seiner weichen, warmen Zunge. Emma vergrub ihre Finger in seinem lockigen Haar und genoss seine deliziösen Berührungen…

 

 

 

 

Auszug aus „Gesellschaftsgeflüster“

Überall sprechen die Menschen von dem, was im Moment passiert. Jetzt sprechen sie davon. Im August 2015, ab dem Zeitpunkt wo es sie unmittelbar betrifft. Auch in einem Wirtshaus in der Stadt läuft der Fernseher für die aktuellen Nachrichten. „Flüchtlinge in Ungarn: Sind unsere Nachbarn wirklich so böse? Während Merkel, Juncker und Co an einem neuen Asylsystem für Europa tüfteln, machen die Ungarn den Flüchtlingen das Leben schwer. Sie berufen sich dabei auf überholte EU Regeln.“
Einer der Wirtshausbesucher gesellte sich mit seinem Spritzer an den Tisch, wo bereits ein paar Männer diskutierten. „Diese Flut überfordert Europa. Auch wenn Ungarn es sehr schlecht macht, die halten sich noch am ehesten an die Regeln der EU.“ „Ach so? Entspricht es den Regeln der EU, Flüchtlinge im eigenen Land völlig unversorgt zu lassen und sie damit in Lebensgefahr zu bringen?“, fragte der älteste der Gruppe bevor er sein Bier leerte. „Das Dumme ist nur, wenn man sich nicht an die Gesetze hält, dann wird die Situation überhaupt nie mehr normal werden! Is ja so.“ sagte der Neuankömmling zaghaft in die Runde. „Richtig! Die Merkel und der Faymann haben mit ihrem Verhalten eine Lawine ausgelöst, die wenn man sie nicht stoppt, immer größer wird. Der Orbán hat das erkannt. So einfach ist das.“

Das Gespräch wurde immer angeregter und nun schien es, als würde das ganze Wirtshaus mitdiskutieren. Jeder wusste ein bisschen was und das wollte er kund tun. „Ja aber nicht Ungarn ist die Schande, sonder Saudi-Arabien, der unmittelbare Nachbar. 100.000 Luxus-Zelte und kein einziges für die Flüchtlinge. Eines der reichsten Länder der Welt hat klimatisierte Hightech-Zelte für drei Millionen Menschen, die fast immer leer stehen. Leider haben aber die syrischen Flüchtlinge nichts davon. Ein arabischer Skandal ist das.“ „So ist das. Die Saudis wissen eben, dass Europa ungefähr soviel Rückgrat, wie eine Nacktschnecke hat. Warum sollten sie Leute aufnehmen, wenn Europa freiwillig den Trottel spielt?“ Vom anderen Ende des Tisches ertönt eine zaghafte Frauenstimme: „Du weißt aber schon, dass die Zelte für die Hadsch Pilger gedacht sind und diese in wenigen Tagen beginnt.“ „Ja du Schnepfe“, antwortete ein grauhaariger Pensionist. „Und rundherum verrecken die Glaubensbrüder? Das ist für die Pilger vertretbar?“ „Gut Peppi. Sehr gut. Nicht schlecht Ihre Antwort.“, sagte der Dürre von der Bar aus. „Vor allem wenn man bedenkt, wie oft auf diesen Reisen die Wörter Glaubensbrüder, Nächstenliebe, Menschlichkeit, Friede und Islam fallen.“

Eine elegant gekleidete Dame, höheren Alters und mit einer Zigarette in der Hand, mischte sich ein. „Man kann aber auch gegen die indiskutable Vorgehensweise der Ungarn sein und finden, dass sich Länder wie Saudi-Arabien, Oman, Katar oder Bahrain einfach nur letztklassig gegenüber ihren syrischen Glaubensbrüdern verhalten. Ich mein, das ist ungefähr so, als ob wir 1956, oder in den neunziger Jahren, eben keine Flüchtlinge aufgenommen hätten. Haben wir aber seinerzeit gemacht und machen wir auch jetzt. Daher ist es auf keinen Fall einzusehen, dass uns die Saudis auch noch die Welt erklären.“ „Ja genau.“, antwortete Peppi. „Das ist eine Schande. Was ist Schatzal. Trinkst was? Ich lad dich ein.“ „Nein danke.“, sagte die adrette Dame. „Ich geh jetzt. Hab genug von dem Gerede. Ich wünsch‘ euch was.“…